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Cinema > Recensioni > Yan Yan Mak > Butterfly

BUTTERFLY (Farfalla) di Yan Yan Mak (2004)


- Identità fasciate
di Marco Ceresa


Origine:Hong Kong
Durata: 124'
Soggetto: Chen Xue
Sceneggiatura: Yan Yan Mak
Fotografia: Charlie Lam
Montaggio: Yan Yan Mak
Interpreti: Josie Ho, Eric Kot, Tian Yuan, Isabel Chan, Joman Chaing
Produzione: Lotus Film.

Flavia, una trentenne insegnante di Hong Kong, sposata con un figlio, e' arrivata ad un momento della propria vita in cui ha bisogno di scegliere tra la famiglia e una nuova storia d'amore. Solo che la scelta e' piu' traumatica del solito, poiche' fa emergere una parte di se' che appartiene al passato apparentemente seppellito: Flavia si innamora infatti di una giovane ragazza, incontrata per caso in un supermercato, e lo fa con passione ed abbandono, ritrovando la stessa intensita' di un suo precedente amore lesbico vissuto durante l'adolescenza, nei cruciali anni ottanta segnati anche ad Hong Kong dai sommovimenti politici cinesi. Contemporaneamente a questa storia d'amore e ai ricordi di quella passata, un'altra coppia di ragazze, nella Hong Kong di oggi, lotta contro i persistenti pregiudizi che rendono drammatica la loro relazione.

Un delicato, appassionato e sensuale melodramma ambientato nella Hong Kong contemporanea, dove i pregiudizi sull'omosessualita', ancora presenti pur nella modernita' del vissuto, rimandano ad un recente passato caratterizzato da profonde trasformazioni sociali ed esistenziali comuni a tutto l'estremo oriente. Con personale partecipazione, Yan Yan Mak con "Butterfly" non realizza soltanto uno splendido film "lesbico", ma conferma, dopo il notevole esordio di "Ge ge", la sua predilezione per storie abitate da persone alla ricerca di una propria identita', anime spinte da una forte determinazione a scoprire zone oscure del passato proprio e di quello del loro paese: il tutto con una coscienza sempre piu' evidente dei propri mezzi e un qualita' filmica che rimanda ai migliori esempi di "genere" della storia del cinema.

NOTE DI REGIA

Butterfly racconta di un’insegnante, sposata, che deve scegliere tra la famiglia e un nuovo amore. Da un lato vi sono il marito e il figlio, ma dall’altro vi è una donna. Dalla sua vita emergono alcuni intrecci secondari: le sue compagne di studi lesbiche, il suo primo amore omosessuale ai tempi della scuola e il bisogno della madre anziana d’innamorarsi. È una storia d’amore omosessuale, ed è anche una storia sull’onestà dei sentimenti, onestà verso se stessi! Alla fine del film Flavia dice: «Non so. E’ tutta la vita che perdo delle cose. Adesso ho perso anche mio figlio. Ma ho me stessa. Forse è l’unica cosa che non perderò mai». I tempi cambiano e la nostra società ha di fatto accettato l’omosessualità. Tuttavia, nel cinema Hong Kong cinema, l’omosessualità è ancora trattata come una trovata commerciale. Un film omosessuale nella società cinese deve offrire a voci diverse l’opportunità di esprimersi. Anche se la storia è raccontata dal punto di vista di una donna, mostra i molti aspetti dell’identità e della stessa storia, esattamente come l’aroma del the che si sprigiona lentamente dall’infuso. Questa storia non ha niente a che fare con la femminilità, fa riflettere invece sulla cura e l’attenzione per un atteggiamento corretto tra le persone. «Non sei una farfalla se non sai volare!!».

Identità “fasciate”
Di Marco Ceresa

“Io sono lesbica”, comunica risolutamente la protagonista di Hutie ad un addolorato (ma non troppo stupito) marito. Se il cinema hongkonghese dell’ultimo decennio, sia mainstream che New Queer Cinema, ci ha già mostrato storie lesbiche di vario tipo, dal nostalgico al soft-core (e una anche la Cina Popolare: Fish and Elephant, di Li Yu, passato a Venezia nel 2001), questa è la prima volta che all’identità lesbica viene data una formulazione vocale così chiara e al tempo stesso così pacata. Con Hutie siamo lontani anni luce dalla nostalgia coloniale e flou di The Intimates (Zhishu), di Jacob Cheung (HK, 1997) dove l’omoerotismo è sublimato nell’atto del pettinarsi a vicenda. O dal soft-core proto-lesbico di Intimate Confessions of a Chinese Courtesan (Ai Nu, 1972), di Chu Yuan (Chor Yuen). O dalla marginalità sociale delle protagoniste di Ho Yuk: Let's Love Hong Kong (Yau Ching, HK, 2002), il primo lungometraggio lesbico di Hong Kong diretto da una donna. E siamo ugualmente lontani dal comodo postulato di una bisessualità tradizionale cinese, che solo la colonizzazione culturale occidentale avrebbe costretto nelle gabbie dell’omosessualità e dell’eterosessualità (vedi l’insistenza sul gioco dei ruoli e la commedia en travesti assai frequente nel cinema di HK, ad es. Wu Yen, 2001, di Johnnie To e Wai Kai-fai). Hutie è la storia di un coming out, nel senso di una pubblica affermazione della propria identità sessuale, non della presa di coscienza della stessa. Le protagoniste di Hutie sono donne cinesi (potremmo addirittura dire generazioni di donne: l’insegnante, le allieve) che amano altre donne, senza grandi incertezze e senza problemi più grandi o più dolorosi di quelli che devono affrontare donne di molte culture non-cinesi in analoghe situazioni. Il discorso sul peso della tradizione, la società patriarcale, la ‘fasciatura dei piedi’ (più o meno metaforica), il ruolo della donna nella società confuciana, e tutti gli altri parametri di rapida obsolescenza che siamo soliti applicare nella lettura di una società in costante ed accelerata evoluzione come quella cinese, non attraversano la visione contemporanea di Yan Yan Mak. Le sue protagoniste si muovono in uno spazio che non è più ‘cinese’ di qualunque ambiente borghese di qualsiasi società industrializzata; i maschi, padri e mariti, non sono più ‘padroni’ o prevaricatori di qualsiasi altro maschio in qualsiasi altra società avanzata; la famiglia ‘tradizionale’ cinese non è affatto compatta ed austera, ma si rinfaccia le sue storie di corna senza troppi ritegni. Yan Yan Mak, come d’abitudine, depura la sua materia da ogni sospetto di orientalismo ed esotismo, di ‘lanterna rossa’, di ‘addio mia concubina’, per concentrarsi sulle relazioni amorose, sui corpi e sui desideri, e sull’esplicitazione degli stessi. Laddove i film lesbici precedenti giocavano ancora con la metafora, il non-detto, la dissolvenza (ed una certa titillazione delle fantasie maschili), Yan Yan Mak mostra (con la cruda nostalgia dello home video), e soprattutto dice, o fa dire. La reiterata espressione del desiderio e dell’amore fra due donne (Ti amo, non posso vivere senza di te) fa uscire la relazione lesbica dal silenzio, dall’invisibilità o dalla letteratura erotica per maschi: il melodramma diventa un atto politico. Ma qui il coming out stesso, la crisalide che diventa farfalla, assume ulteriori connotazioni metaforiche. Rispetto ad una Cina Popolare che rappresenta l’omologazione, l’ortodossia, il modello unico, ovvero l’ideologia eteronormativa, Hong Kong è l’altro, il diverso, la minoranza, la queerness. Ovvero un immenso queerscape, per usare il termine di Gordon Brent Ingram. E anche dopo il ‘matrimonio per forza’ rappresentato dallo handover, Hong Kong mantiene una proprio identità, un’anima segreta, un bisogno/tentazione di spezzare la crisalide, di (ri)sbocciare. La relazione giovanile della protagonista si consuma al tempo dei moti di Piazza Tian’anmen, quando il ricongiungimento di Hong Kong con la ‘madrepatria’ era ancora da venire, ma i rischi erano già evidenti sui teleschermi di tutto il mondo. Jin, l’amante, è già out, politicamente impegnata, sessualmente intraprendente, inquieta, troppo avanti per i tempi, di certo troppo avanti per Flavia. I carri armati che entrano in Piazza Tian’anmen distruggono le illusioni di Jin, mentre Flavia cede alle pressioni della famiglia. Handover. Matrimonio. Una figlia. Una vita borghese e confortevole nella Hong Kong del dopo handover, in cui l’immutato benessere dona l’illusione che nulla sia cambiato. Un senso di colpa per aver abbandonato l’amante (che si è fatta monaca buddista. E’ pur sempre un melò, è pur sempre Hong Kong!), e mani lavate in continuazione (è il gesto che si ripete più volte nel film). E quando la passione ritorna, nella persona di una decisa, seducente e disincantata ragazza, è una passione matura, che implica scelte dolorose, ma consapevoli e necessarie. Gege (Brother) era il viaggio infruttuoso alla ricerca del fratello maggiore scomparso, di una Cina che si nega, muta ed elusiva, di una identità mancata. Hutie è la fine del viaggio, l’arrivo, l’identità acquisita e affermata. Identità sessuale, per ora. Ma domani forse politica o nazionale.