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home > Economia > Cina e India: come affrotnare la sfida economica lanciata dai Paesi Emergenti e trasformarla in opportunità

“Cina e India: come affrontare la sfida economica lanciata dai Paesi Emergenti e trasformarla in opportunità” 

Roma - 23 giugno - Si è tenuto il 22 Giugno 2005 presso il Centro di Documentazione Economica per Giornalisti a Roma un incontro su :"Cina e India: come affrontare la sfida economica lanciata dai Paesi Emergenti e trasformarla in opportunità

Introduce il dibattito Paolo Romano Andreoli, presidente del CDEG, per Andreoli in realtà non si tratta di una "sfida", ma dell’ apparire nello scacchiere internazionale di nuovi concorrenti. Paesi concorrenti che possono anche rivelarsi una grossa opportunità ed uno stimolo per la nostra economia. Occorre procedere al più presto con una riorganizzazione del nostro apparato produttivo, non essendo ipotizzabile puntare su contenimenti dei costi della manodopera paragonabili a quelli in vigore in stati come la Cina o l'India.

Prende poi la parola Rita Melillo, docente di Filosofia all'Università di Napoli "Federico II". Melillo ribadisce i concetti espressi in sue pubblicazioni quali "Dirigere non è solo essere a capo!": Occorre attuare un radicale cambiamento nel management italiano che attualmente si basa su una struttura gerarchica piramidale. Se proprio vogliamo rifarci ad una figura geometrica bisogna parlare di un tronco di cono, perché non c'è il vertice, bensì tanti cerchi di più persone. Gli attuali manager guardano dall'alto delle loro posizioni di comando le persone non come tali, ma come  semplici strumenti. Invece occorre "rovesciare la piramide", i manager devono considerare le persone non come subalterni, ma come collaboratori. Devono dimostrare di conoscere le loro necessità e saper valutare le loro potenzialità. Solo così si può motivare i collaboratori,  ed è notorio che le persone motivate sono molto più produttive.

Occorre creare nelle aziende uno "spirito di corpo" e un clima rilassato, disteso, propizio allo sviluppo della creatività di ciascuno ed allo scambio di esperienze e di idee. Lo spirito che ha permesso la salvezza di aziende come l'azienda tessile Enneti, rilevata dagli stessi dipendenti e rilanciata con la collaborazione di tutti, gomito a gomito, ex dirigenti, impiegati ed operai, ormai uniti in un progetto comune senza bardature gerarchiche inutili. Dice ancora la Melillo che non ci sono misteri su cosa dobbiamo fare: una entusiastica cooperazione di uomini sia nel commercio che nell'industria farà enormemente migliorare l'efficienza. Farà moltiplicare la produzione; farà diminuire i costi; farà aumentare le paghe, mentre costantemente il cliente acquisterà a prezzi sempre più vantaggiosi. La direzione non ha a che fare con inservienti, ma con lavoratori di una solidità unica, che proprio per le loro capacità sono indispensabili per una necessaria ed efficiente produzione. Solo servendosi della collaborazione di questo gruppo di esperti ogni organizzazione può far fronte alla concorrenza internazionale o regionale. Una maggiore cooperazione conquista i mercati, dunque: <<Forza con e non sull'altro>>!

Prende quindi la parola Stefano Santacroce, del Ministero delle Attività Produttive, Direzione Generale per la Politica Commerciale. Santacroce ha confermato la necessità di una riforma strutturale dell'organizzazione del lavoro in Italia. Il problema italiano non è congiunturale, ma strutturale. L'Italia è ferma dal 2000. Tra il 1995 ed il 2000 l'incremento della produttività del lavoro è stato solo del 1% annuo. La quota del nostro PIL sul mercato mondiale delle nostre esportazioni si è gradualmente, inesorabilmente ridotta dal  3,5 del 2000, al 2,9 del 2004. Vi sono da noi ancora troppi settori ad alta intensità lavorativa. E questo non è in linea con gli altri partner degli stati industrializzati più evoluti, che hanno spostato la maggior parte della produzione verso settori più innovativi. Oltrettutto è rimasto arcaico anche tutto ciò che gira intorno ai luoghi di lavoro, la circostanza che sia veramente necessario lo spostamento di grande masse di persone in specifici luoghi destinati al lavoro come 50 anni fa, quando non esisteva internet,  crea ingorghi di traffico paurosi, con sprechi enormi di risorse. Prende la parola Giovanni Papperini, titolare dello Studio Papperini, di Corporate location e Relocation . Papperini affronta il tema dell'economia etnica, vista come opportunità di sbocco per la nostra economia verso l'estero e come volano per l'intrapresa di proficue attività economiche da parte degli stranieri in Italia.

La parte più rilevante dell’economia etnica è sostanzialmente un sogno, una atmosfera, un poter rivivere per una cena a casa o fuori l’atmosfera di casa per un immigrato o un’atmosfera esotica vissuta o semplicemente desiderata per un Italiano.

 Vi è poi l’economia etnica in senso stretto, primaria, rappresentata dai canali distributivi e dai canali dei servizi specificatamente creati e/o utilizzati prevalentemente dagli immigrati

 Un’evoluzione auspicata dell’economia etnica primaria consiste nell’imprenditoria etnica e quindi nell’imprenditoria tout court che spazia in tutti i settori, e che ha solo la particolarità di essere gestita da imprenditori provenienti da minoranze etniche. Imprenditoria potenziale potente veicolo di attrazione nei confronti di investimenti diretti esteri (IDE) provenienti dagli stati di origine di detti imprenditori.

Da una ricerca effettuata recentemente dallo Studio Papperini emerge che sono veramente poche le aziende, con sede di produzione in Italia e di una certa dimensione che operano nel settore  degli alimenti etnici. Tra queste Papperini segnala la Antaares, http://www.antaares.it/ titolare del marchio “Arnaboldi”. Società che ha saputo cogliere la sfida dell’economia etnica e ha lanciato una serie di interessanti prodotti sia della cucina regionale italiana, sia della cucina etnica, con procedimenti di preparazione ed imbustamento all’avanguardia.

 Dichiarazioni del 21 giugno 2005 della funzionaria del settore marketing della Antaares, dottoressa Vullo: La nostra è una azienda specializzata nella produzione di primi piatti disidratatti e liofilizzati in busta.

A volume siamo i secondi produttori per il mercato interno (( I primi produttori in Italia sono della Multinazionale Anglo-Olandese Unilever con il marchio "Knorr" )) (produzioni a private label "COOP-GS -CARREFOUR - CONAD" + produzioni a nostro marchio Arnaboldi)

Abbiamo pensato all'inizio del 2001 di realizzare la linea Arnaboldi

Questa linea di prodotti si colloca a scaffale come "premium price", è infatti completamente priva di additivi e per i prodotti a base mais "LE POLENTE" abbiamo la certificazione di prodotto NO OGM

Cerchiamo di coniugare i piatti tipici della tradizione italiana, alcuni dei quali anche abbastanza sconosciuti (vedi Imbrecciata umbra), con la velocità e facilità di preparazione, salvaguardando sempre però il profilo organolettico e pertanto la qualità percepita dei prodotti

Il mercato interno in effetti ha risposto positivamente ai nostri prodotti, nonostante le grandi barriere all'ingresso nella GD-DO, per aziende di piccole e medie dimensioni come la nostra.

 Quasi tutto il resto della filiera del cibo etnico in Italia è in mano a importatori di produzioni di multinazionali statunitensi (tipo Masterfoods del Gruppo Mars Inc.) o francesi come Garbit. Da segnalare invece la massiccia presenza di società create da importatori- grossisti di origine cinese, molto forti nel settore della vendita a ristoranti etnici, non solo cinesi, e nella vendita tramite catene di distribuzione "etnica" ( segnalo tra gli altri la Uniontrade, già China Trading)

Eppure il colosso multinazionale francese Garbit nasce dalla tenacia e dall’intuito di un pied noir marsigliese, che come motto ha il detto: buono come a casa, nel senso della massima cura nel riprodurre nelle scatole o nelle buste il sapore del cous cous del Magreb.

In conseguenza del processo di globalizzazione e dell'entrata della Cina nel WTO si stanno affacciando in Italia nel settore "etnico" in senso lato anche multinazionali cinesi, come la Tiens, che produce e commercializza integratori alimentari elaborati secondo le direttive della tradizionale, millenaria, cultura della autentica  "medicina cinese".