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Maggiori rassicurazioni per gli investitori stranieri vengono assicurate da alcune interessanti novità

9 marzo 2006 - Il governo cinese è molto efficiente nel promuovere nuove riforme. In particolare dal 1 gennaio 2006 è stata approvata una nuova interessante legge, che, per quanto presenti ancora dei lati non chiari, è destinata ad aprire ancor più il sistema economico cinese. Difatti dal primo dell'anno è possibile fondare una società in Cina depositando come minimo capitale societario solo 30000 yuan (poco più di 3000 euro); purtroppo questa strada non sarà percorribile agli stranieri, che dovranno ancora fare riferimento alla vecchia legge, per la quale il minimo capitale societario depositato in banca deve essere non inferiore a 100000 renminbi (quasi 10435 euro al cambio odierno). In ogni caso sarebbero teoricamente possibili anche vie alternative per beneficiare di questa opzione: ad esempio costituire una joint - venture secondo i due unici modelli autorizzati (Equity joint-venture, Cooperative joint - venture). Si può inoltre sempre sperare che la legge venga estesa anche a soggetti stranieri in tempi brevi, e la cosa non è del tutto da scartare dato che come si diceva pocanzi, i legislatori cinesi sono impazienti di presentare la Cina come il terreno ideale per investire. Solo pochi altri paesi offrono condizioni più vantaggiose da questo punto di vista.

Fino ad ora una fastidiosa briglia frenava il sistema bancario cinese, ancora non del tutto sviluppato. Difatti finché il nuovo decreto non verrà applicato, non è possibile, senza previo permesso governativo, portare soldi fuori dalla Cina. Con la nuova modifica in un futuro si spera non molto lontano, sarà possibile a tutti eseguire semplici operazioni come un bonifico bancario su un conto estero. Questa legge era molto attesa da parte di tutti gli operatori economici stranieri e non, ed è stata sostenuta dagli investimenti massici di gruppi finanziari occidentali e asiatici, che negli ultimi anni hanno acquisito ingenti quote azionarie delle maggiori banche cinesi. Anche in questo caso però bisognerà attendere un pò di tempo. I primi a beneficiarne saranno gli investitori istituzionali cinesi, seguiti a ruota dai grossi gruppi locali, che saranno incorraggiati ad investire all'estero. Allo stato attuale delle cose, non si tratta di una completa liberalizzazione, dato che il governo cinese si riserverà il diritto di mantenere un controllo sulle entrate e sulle uscite di capitale. E' però un importante passo avanti nella giusta direzione.

Il sistema bancario cinese deve inoltre prepararsi ad un forte shock, secondo Shi Jilang, un alto funzionario della commissione di controllo delle banche cinesi, dato che entro la fine dell'anno il settore sarà ulteriormente aperto a investitori stranieri. Secondo i patti sottoscritti per entrare nel WTO, la Cina entro dicembre dovrà regolamentare il settore. Per quell'epoca, alle banche straniere sarà permesso di aprire filiali in tutto il territorio cinese. Nella prima fase solo i grossi risparmiatori migreranno verso le più appetibili banche straniere. Tutto ciò però dovrebbe essere uno stimolo per le banche locali per raggiungere uno standard internazionale. Ad ogni modo, per ora rimaranno alcune restrizioni: non sarà permesso a gruppi finanziari stranieri di investire in più di due banche cinesi, una regola necessaria per prevenire la formazione di monopoli. Ad ottobre 2005, 71 banche straniere avevano aperto 238 sportelli in 23 città cinesi. Sebbene rappresentassero solo il 2% dell'intero sistema bancario cinese, riuscivano a maneggiare oltre il 20% del capitale in valuta straniera.

Queste riforme, alle quali va aggiunta anche la recente introduzione della proprietà privata (riconosciuta per decreto nel 2003, diventata legge nell'aprile del 2004 e soggetta a ulteriori miglioramenti nel futuro immeditato) portano a maturazione un velocissimo processo di modernizzazione del sistema economico cinese.